Il nuovo lusso alcolico coreano
di Greta Raponi
La Corea del Sud ha trascorso l’ultimo decennio a conquistare il mondo con la sua cultura pop, dalla musica ai drama, passando per il beauty e la moda. Ora, sta facendo lo stesso con le bevande alcoliche tradizionali. Non parliamo del soju verde dei convenience store diventato popolare grazie ai K-drama, ma di un panorama più sofisticato: yakju, cheongju e makgeolli premium stanno entrando nel linguaggio dell’alta ristorazione internazionale.
Nel 2023, l’industria alcolica sudcoreana ha raggiunto un valore storico di circa 10,07 trilioni di won. Di questo sistema economico in crescita, i liquori tradizionali rappresentavano 1,346 trilioni di won. Il segmento degli alcolici autentici è cresciuto significativamente da appena 53 miliardi nel 2019 a oltre 147 miliardi nel 2024.
Questo cambiamento non è solo nei numeri ma anche nel posizionamento culturale. La Corea del Sud sta trasformando prodotti storicamente percepiti come regionali o popolari in asset culturali premium ad alto valore aggiunto.
Nella Michelin Guide Seoul & Busan 2026 sono presenti ben 233 ristoranti selezionati e 46 stellati. All’interno di questa nuova architettura dell’alta cucina coreana, yakju e cheongju stanno trovando il loro spazio naturale non più come semplici accompagnamenti folkloristici ma come pairing identitari e tecnici.
La Corea del Sud sta costruendo una propria idea di terroir alcolico attraverso produttori che puntano su ingredienti locali e tecniche tradizionali recuperate. Emblematico è il caso del Cheongmyeongju: uno degli yakju più rispettati che simboleggia questo nuovo prestigio attraverso una produzione attenta alle materie prime ed un’immagine profondamente legata alla cultura coreana.
Non si tratta più solo di consumo quotidiano; si tratta di lusso culturale. La Corea non cerca più di imitare l’occidente ma costruisce un proprio sistema dove cucina e fermentazione parlano la stessa lingua internazionale del lusso gastronomico.
