Un atto di rivoluzione silenziosa
di Francesco Buttarazzi
Guardate bene Tyrone Curtis Bogues mentre attraversa con sicurezza il parquet. Non è un esercizio di curiosità antropologica: assomiglia, maggiormente, ad un atto di rivoluzione silenziosa. L’anno è il 1987. Il posto, Washington. La gente sugli spalti non ci crede: come fa quello lì a giocare? Eppure Muggsy – tutti lo chiamano così, dall’infanzia nei vicoli di Baltimore – entra in campo ogni sera con 160 centimetri di corpo e una montagna di certezze che nessuno gli ha regalato.
In quel momento è, e continua tutt’oggi ad esserlo, il giocatore più basso di sempre nella storia dell’NBA. Lui però pare fregarsene altamente. La NBA è un posto popolato da giganti. Letteralmente. Il giocatore medio sfiora i due metri, le ali dominanti superano i due e dieci, i lunghi sono creature di un altro pianeta. Eppure Bogues se ne sta lì, in mezzo a tutti loro, e non sembra un ospite inatteso: si aggira, piuttosto, come il padrone di casa.
Muggsy viene su a Baltimora, nel quartiere Lafayette Courts, un posto dove i proiettili fischiano più spesso dei palloni. Un suo amico d’infanzia finisce in sedia a rotelle a otto anni, colpito da un cecchino per sbaglio. Lui non dimentica; quella carrozzina diventa la misura di tutto: della fortuna e della responsabilità.
Bogues gioca per Washington Bullets nel 1987 e poi Charlotte Hornets – la squadra che può chiamare casa per quasi dieci anni – Golden State Warriors e Toronto Raptors per quattordici stagioni totali.
Quasi 900 gare e una media di quasi 8 assist a partita nei suoi anni migliori raccontano solo parte della sua storia sportiva. I numeri dicono anche che in carriera Bogues mette a referto 6.726 assist e ben 1.369 palle rubate grazie alla sua intelligenza difensiva senza pari nella lega.
C’è però una scena che vale più delle statistiche: stagione 1992-93, Charlotte contro New York Knicks; Bogues si trova faccia al petto con Patrick Ewing ed effettua una stoppata pulita sul suo tiro.
Muggsy Bogues continua a giocare fino al 2001 quando chiude la carriera ai Toronto Raptors lasciando una legacy che travalica lo sport diventando democrazia cestistica contro l’idea limitante che la misura dell’uomo stia tutta nei centimetri.
