La Danimarca Sfida l’Islamizzazione con Nuove Politiche

Nuove politiche volte a limitare pratiche culturali come l’adhan

di Chiara Raponi

All’inizio del secolo, la nascita delle prime “no-go zone” in Europa ha sollevato preoccupazioni tra chi temeva un futuro in cui le comunità islamiche avrebbero avuto un’influenza crescente. Queste aree, abitate prevalentemente da immigrati di seconda e terza generazione di fede islamica, hanno visto una progressiva riduzione dell’autorità statale.

La Danimarca si è posta come un esempio di resistenza a questo fenomeno. Recentemente, il ministro dell’Immigrazione danese, Morten Bodskov, ha proposto di vietare l’adhan, la chiamata alla preghiera del muezzin che risuona cinque volte al giorno dai minareti delle moschee. Bodskov sostiene che questa pratica snaturi l’identità danese e renda i quartieri sempre più simili ai “sobborghi di Islamabad”.

Bodskov intende rendere illegale l’adhan per due ragioni principali: come parte della lotta contro la crescente “islamizzazione” del Paese e per limitare l’uso dello spazio pubblico. Attualmente, a Copenaghen è già in vigore il divieto di utilizzare altoparlanti per la convocazione alla preghiera.

Sotto la guida della socialdemocratica Mette Frederiksen dal 2019, la Danimarca ha adottato politiche restrittive sull’immigrazione. Tra queste misure ci sono quelle contro le “società parallele”, che prevedono il trasferimento degli immigrati da quartieri con alta concentrazione di stranieri, e politiche economiche che richiedono ai richiedenti asilo di contribuire ai costi dell’accoglienza consegnando beni di valore.

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