di Greta Raponi
Riconoscere i segnali di rischio e agire subito può fare la differenza per chi subisce violenza domestica. L’Avvocato Lutrario, intervenuto su Radio Roma News, ha delineato segnali da non ignorare, canali di aiuto e strumenti legali per mettersi in sicurezza. Questa guida pratica sintetizza le azioni essenziali, dal primo sospetto alla protezione giudiziaria.
Comprendere i segnali di abuso è il primo passo. Lutrario spiega: “Allora ci sono segnali ovviamente evidenti come ematomi e quant’altro che si manifestano sul corpo della vittima ci sono anche segnali che devono essere interpretati nel momento in cui la donna si sottrae a dei confronti con, faccio un esempio, se la donna non vuole avere confronto con le istituzioni scolastiche dove sono i loro figli e tende a sottrarsi a questo tipo di confronto quello è un campanello d’allarme solitamente su una donna che ha diciamo qualcosa da nascondere nel proprio ambito domestico.” L’isolamento, il controllo economico, la gelosia ossessiva e l’ansia costante rientrano tra i “campanelli d’allarme”.
La dimensione psicologica è centrale. “Tant’è che in tutti i centri di assistenza oltre a noi legali che si occupano delle vicende giudiziali una gran parte dell’attività viene svolta appunto dagli psicoterapeuti che devono in qualche modo decifrare il comportamento delle donne per far capire se stanno vivendo questa situazione di grave disagio psicofisico.” Per questo i centri antiviolenza integrano competenze legali e psicoterapeuti, offrendo un supporto completo che mette al centro la sicurezza e il benessere della persona.
Spesso l’ostacolo principale è la consapevolezza del pericolo. “È anche vero che la difficoltà maggiore in questo tipo di ambito è far emergere da parte della donna la consapevolezza che stia subendo un fenomeno di violenza e che sia imminente un pericolo a volte che mette in rischio anche l’incolumità e la vita della stessa”. Entrano in gioco vergogna, paura e speranza di cambiamento. Non di rado si cade nella trappola dell’auto-colpevolizzazione: “Spesso accade che la donna non vuole far emergere il fenomeno di violenza perché pensa che quello decreti il fallimento di ciò che ha messo in piedi con tanti anni di sacrificio e sacrificando a volte anche la propria attività lavorativa, professionale sacrificando i propri affetti familiari di origine e quindi non vuole prendere coscienza di quel fallimento che sta vivendo e in quel caso tra virgolette salva il suo carnefice e quindi si colpevolizza per la situazione che sta vivendo e purtroppo non fa emergere invece il disvalore della condotta di chi gli sta accanto.”
Cosa fare subito? L’indicazione è chiara: “La prima regola è quella di rivolgersi a un centro di assistenza antiviolenza, perché solo le consulenti che sono presso questi centri sono in grado di poter istradare le donne per poter adottare le soluzioni migliori per poter evitare che questi fenomeni di violenza o continuino o arrivino alle estreme conseguenze. Dopodiché la donna deve trovare in sé il coraggio di denunciare e di far sì che l’uomo sconti la giusta pena per questo tipo di esecrabile fenomeno che pone in esse.” Anche la chiamata al 1522 è un’opzione immediata e riservata, utile per ricevere orientamento e indicazioni pratiche.
In situazioni di emergenza, recarsi al Pronto Soccorso o contattare le forze dell’ordine è prioritario. Documentare lesioni e minacce, conservare messaggi e foto e stilare un piano di sicurezza con il supporto degli operatori sono passaggi che rafforzano la protezione. La denuncia può attivare misure come il Codice Rosso e gli ordini cautelari, fino all’allontanamento dell’autore dalla casa familiare o al ricorso a una struttura protetta.
I reati spia sono un ulteriore fronte di attenzione: anche condotte non tipiche della violenza di genere possono preannunciare un’escalation. Se emergono elementi di rischio, i servizi e la rete di assistenza attivano monitoraggi e tutele. Il coinvolgimento di supporto legale e psicologico aiuta a valutare tempi e modalità della denuncia, proteggendo la vittima e i minori.
Uscire dalla violenza è possibile, ma serve una squadra: centri antiviolenza, sanitari, forze dell’ordine, magistratura e rete sociale. Chiedere aiuto non è una colpa: è l’inizio del cambiamento. Con i giusti strumenti, una lettura attenta dei segnali e un accesso tempestivo alle tutele, si può interrompere il ciclo dell’abuso e costruire un futuro libero e sicuro.
