Il futuro dell’integrazione. Una situazione preoccupante
di Greta Raponi
A Milano può capitare che davanti a un bar uno sconosciuto ti infili accidentalmente, e a ripetizione, una lama di qualche centimetro nella schiena. A Roma, invece, potresti imbatterti in un gruppo di giovani esagitati che per festeggiare il compleanno dell’amico si mettono a esplodere fuochi d’artificio a un passo dal Colosseo e che, quando intervengono le volanti, anziché abbassare la testa fanno di peggio accanendosi, in gruppo, contro gli agenti.
Le due città, ovviamente, sono interscambiabili. Di più, i due episodi potrebbero capitare (anzi, sono già capitati) anche altrove. Sono i frutti marci di un buonismo che ha aperto le porte del Paese a un’immigrazione che nella migliore delle ipotesi non ha saputo integrare, in quella peggiore che non si è voluta integrare e che mai lo farà.
Sono i “nuovi italiani”. Sono quelli che dicono fanno i lavori che noi non vogliamo fare (anche se certi “maranza” non li vediamo tanto a raccogliere pomodori in un assolato campo della Puglia). Sono quelli che ci pagheranno le pensioni secondo la favoletta degli ultrà dell’accoglienza. In realtà sono quelli che la sinistra vuole perché li crede futuri elettori.
Cosa saranno non lo sappiamo. Cosa sono oggi invece sì. Li vediamo nelle nostre strade a fare risse e furti, a rendere i quartieri sempre più pericolosi e meno vivibili, spingendo le persone a sentirsi insicure a casa propria. In Paesi come Francia e Regno Unito è così già da anni.
Eppure qualcuno qui da noi ha creduto che in Italia non sarebbe mai capitato. E quindi giù di moralismo e solidarietà pelosa per ritrovarci infine ad affrontare un’emergenza senza precedenti. Certo quelli che oggi predicano ancora accoglienza troveranno scuse pur di non ammettere il fallimento delle loro politiche buoniste.
Dobbiamo sperare queste politiche non trovino più spazio nei programmi futuri perché se mai arriverà il momento in cui i “nuovi italiani” saranno la maggioranza sarà troppo tardi per difenderci.
